Sono stato in piazza a Como il 3 ottobre per manifestare a difesa della libertà di stampa. Mi hanno colpito le parole degli oratori, perché denotano un radicale e positivo cambiamento di strategia di fondamentali forze politiche e sociali
Saladino ha parlato del conflitto d’interessi e di pericoli per la democrazia; il segretario della CGIL e la rappresentante dei giornalisti, hanno insistito sugli effetti perversi della precarizzazione del lavoro. Mi ha però anche colpito la labilità organizzativa delle forze in campo: nessun microfono aperto, nessuna baldanza, il disturbo di una band musicale e quindi del Comune che l’ha autorizzata, lo sfilacciamento di tante, e forse ormai troppo datate militanze, giovani spaesati e poco coraggiosi, nessuna arringa, nessuna volontà e tenacia di combattimento, nessuna fede, nessuna bandiera. Una piazza affollata e sensibile, ma rassegnata e disorganizzata. Infine, una piazza che ho percepito, forse a torto, troppo moderata per i pericoli che denunciava. A questo moderatismo rivolgo queste mie riflessioni.
Che cosa significa battersi per la libertà di stampa? Si è detto: significa lottare non per una parte soltanto; questa libertà è insidiata tanto da destra quanto da sinistra. È vero, è indubbio: basti pensare al conflitto d’interesse! Ma bisogna intendersi bene.
Battersi per la libertà di stampa significa battersi contro tutte quelle forze sociali e politiche che quella libertà minacciano e non vorrebbero. Significa puntare il dito contro il conflitto d’interessi del nostro presidente del Consiglio e quindi significa battersi perché gli sia impedito di governare e di controllare, al tempo stesso, le televisioni private e quelle di Stato e la carta stampata e la pubblicità. Significa battersi contro la tirannia della maggioranza, che pensa che la democrazia consista nel legiferare e nel fare rispettare le leggi, e non nel rispetto dei diritti d’ogni singolo individuo. Significa battersi contro la precarizzazione del lavoro, anche giornalistico, che impedisce la libertà di parola. Significa battersi contro tutte quelle forze sociali e politiche che vogliono impedire il libero accesso al sapere e all’informazione. Significa combattere contro i conflitti d’interesse che sono tipici di tutto il nostro sistema informativo, caratterizzato dal perverso connubio tra potere economico (banche, industrie ecc.) e informazione, che impedisce il libero esercizio della ricerca della verità.
Schierarsi
Battersi per la libertà, insomma, significa individuare con precisione millimetrica tutti coloro che questa libertà non vogliono e impedire loro di agire. Essere liberi implica quindi combattere, schierarsi, organizzarsi contro: contro coloro che concepiscono la libertà come un privilegio, di classe, di ceto, di razza, di religione, di nazione, di cultura, di partito, di clan, di cordata, di corrente. Se la libertà di stampa è in pericolo, è in pericolo la democrazia: non vedo come poter essere moderati in questa lotta per la sua sopravvivenza e come non rivolgere la propria attenzione a 360 gradi, guardando in casa d’altri, come in casa propria.
Ma battersi per la libertà di stampa significa anche svolgere un’azione positiva, non solo di contrasto.
Significa smettere di aspettarsi dai propri avversari che si comportino in modo diverso da come si comportano: significa fare della libertà universale lievito di organizzazione. Non esiste un foglio informativo comasco che garantisce pari opportunità? Si ritiene che le tv locali oscurino talune notizie, talune forze politiche, taluni filoni culturali? Chi crede nella libertà, ha il dovere di praticarla: che si organizzi, che trovi i canali, le forze economiche, i talenti, le strutture, per creare i propri organi d’informazione. Se aspetteremo di risolvere i conflitti d’interesse che pervadono il nostro Paese, faremo in tempo a vedere crollare sotto i nostri occhi quel poco di democrazia e di libertà che ancora vi resistono.
Lamentarsi, come ho udito in piazza, perché esiste, oltre alla stampa d’industria e di banca e di famiglia, anche la stampa di partito, in una città dove i partiti non hanno nessun tipo d’organi d’informazione, suona grottesco.
Da rivoli a torrente
Tuttavia, se si è convinti che l’informazione debba essere indipendente, se per davvero si crede che la libertà non sia garantita semplicemente dall’esistenza di una pluralità di fonti d’informazione, ma soprattutto dalla loro natura, allora che dei mille rivoletti delle attuali opposizioni comasche si faccia un unico torrente. Si uniscano le forze, non a esclusivo interesse di chi queste forze le ha più corpose, ma di tutti. Di tutti coloro che hanno a cuore gli interessi generali della collettività, e che non li confondono con i propri. Che la politica diventi un servizio di pubblica utilità certo è un’utopia: ma che almeno degli indirizzi, dei nomi e dei cognomi raccolti in piazza a Como, si faccia un inizio. Sono stufo di dare i miei indirizzi per referendum, lotte, manifesti e quant’altro, per poi dover constatare che questi indirizzi non sono utilizzati, che insomma si teme la pratica della democrazia e della libertà di parola e dell’organizzazione. Del resto, se siamo giunti a questo punto è perché la democrazia è stata progressivamente svuotata anche da cetualità politiche che a parole volevano farsene baluardo.
Per realismo, credo nell’utilità della rappresentanza politica e quindi anche di quella partitica: che i ceti politici che ambiscono ad essere dirigenti, lo siano per davvero; che la debolezza delle attuali forze partitiche comasche sia occasione per creare un foglio d’informazione aperto a tutti e utile a tutti. In piazza ho visto molti dirigenti: delle cooperative, dei sindacati, dei partiti, di diverse associazioni. Possibile ritrovarsi insieme il 25 aprile, il 3 ottobre, la prossima manifestazione, possibile esercitarsi in nuove accozzaglie elettorali, e poi continuare a rimanere paghi dei propri sempre più minuscoli orticelli? Luca Michelini [da ecoinformazioni 396]

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